MEDITAZIONE
“Riflessioni intorno alla vita di Giosafat”
Testi: II Cronache 17, 20
Cari lettori, di Diakonia, Shalom a tutti!
Le riflessioni che seguono, sono l’oggetto di un breve studio biblico, concernente la vita di Giosafat, uno dei re di Giuda, che come vedremo avrà certamente tanto da insegnare alla nostra vita. Che la Parola di Dio sia benedetta e porti frutto nella nostra vita!
CONTESTO STORICO
Giosafat è stato il quarto re che regnò su Giuda; suo padre era Asa, un re fedele al Signore che nel suo zelo per Lui abolì l’idolatria e soppresse gli alti luoghi (2Cr. 14:1-4), riportando il popolo alla ricerca di YHWH e all’obbedienza al patto (2Cr. 15:2,12). Il regno di Giosafat si colloca subito dopo quello di Asa e precisamente tra l’871 e l’850 a.C.; suoi contemporanei furono i profeti Micaia figlio di Imla (2Cr. 18:8) e Ieu figlio di Canani (2Cr. 19:2) che, in diverse circostanze, furono portavoci della Parola di Dio (2Cr. 18:13-22).
In linea generale, fino a quel periodo – fatta eccezione per il regno di Roboamo – il regno di Giuda ebbe pace lungo i propri confini (2Cr. 13:23; 14:6) proprio grazie alla fedeltà, anche se non sempre totale, dei re che si susseguirono al trono.
GIOSAFAT E DIO (“Generalità” di Giosafat) 2Cr. 17:1-5
a) Chi era Giosafat?
Abbiamo già introdotto, in un certo senso, l’identikit di Giosafat, accennando alla fedeltà di suo padre, Asa; sicuramente, la condotta e il rapporto personale di Asa col Signore avevano avuto una forte e positiva influenza sulla crescita sia morale che spirituale di Giosafat. In 2Cr. 17:3 infatti è detto che: “Giosafat…camminò nelle vie che Davide suo padre aveva seguito da principio, e non cercò i Baali, MA IL DIO DI SUO PADRE”. L’importanza del buon esempio dei genitori è senz’altro una verità che è presente nella vita di questo re di Giuda e che ci viene ricordata a più riprese dalla Parola di Dio:
ü “Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai” (Dt. 6:6-7)
ü “Insegna al ragazzo la condotta che deve tenere; anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà” (Pr. 22:6).
È interessante anche considerare a questo proposito che nel testo originale ebraico, la parola che traduce l’italiano inculcherai significa “incidere su una superficie su cui non è stato mai scritto nulla”. Prendendo un comune dizionario di lingua italiana troviamo questa definizione di inculcare: “imprimere profondamente nell’animo altrui con un perseverante esempio”.
Il rapporto tra Asa e Giosafat, perciò, ci mette davanti a delle precise responsabilità in qualità di genitori (o futuri tali), di conduttori (per chi lo è), ma anche in generale come figli di Dio, portandoci a considerare quale fondamentale importanza ha il nostro esempio nella vita dei figli che Dio ci dona, dei “figli spirituali” (membri di chiesa), di chiunque ci sta intorno.
b) Com’era il suo rapporto personale con Dio e con la Sua Parola?
Dal brano in esame (2Cr. 17:1-5) rileviamo alcuni aspetti interessanti che evidenziano quale fosse il rapporto di Giosafat con il Signore. È detto infatti che “Egli camminò nelle vie che Davide…aveva seguite, cercò…il Dio di suo padre…si comportò secondo i Suoi comandamenti” (2Cr. 17:3-4).
Giosafat non si limitò semplicemente ad una sterile conoscenza della legge di Dio, infatti il testo evidenzia tre verbi che indicano tre azioni ben precise: camminare, cercare, comportarsi. In Dt. 17:19 il Signore, attraverso Mosè, impartì delle chiare direttive inerenti la vita e la condotta del futuro re e, tra le altre cose, Egli disse che il libro della legge doveva essere tenuto, letto, imparato e messo in pratica dal sovrano d’Israele, affinché imparasse a temere il Signore. La vita di Giosafat, quindi, evidenzia sia la sua conoscenza di quel comandamento, che la sua applicazione pratica.
Alla luce di questo, perciò, impariamo il ruolo fondamentale che la Parola di Dio deve avere nella nostra vita; il salmista, nel Sl. 119:97 esclama: “Oh, quanto amo la tua legge! È la mia meditazione di tutto il giorno”. È bello considerare come il salmista parli esplicitamente di amore per la Parola di Dio e di come essa occupasse continuamente i suoi pensieri. Ciò non vuol dire che il salmista leggesse 24 ore su 24 la Parola di Dio, ma piuttosto che durante la giornata egli ripensasse alle verità in essa contenute. Questo ricorda anche l’imperativo ricevuto da Giosuè prima di entrare nella terra promessa: “Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo giorno e notte, avendo cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto…” (Gs. 1:8). È da notare come la conoscenza degli insegnamenti divini non debba restare pura teoria, ma debba tramutarsi necessariamente in pratica; del resto, Gesù stesso disse ai suoi discepoli: “Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti;…chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama…” (Gv. 14:15, 21; vd. Gv. 13:17). Ancora, Giacomo scrive che non bisogna essere soltanto uditori ma soprattutto facitori della Parola di Dio (Gc. 1:22-25).
È altresì importante considerare che la conoscenza della Parola di Dio non è né automatica né scontata nella vita dei figli di Dio; c’è invece bisogno di applicazione, impegno e perseveranza, come ci ricorda l’apostolo Pietro: “Voi, per questa stessa ragione, mettendoci da parte vostra ogni impegno, aggiungete alla vostra fede…la conoscenza” (2Pt. 1:5). L’insegnamento di Pietro è molto preciso e forte e non lascia adito ad equivoci; infatti, egli evidenzia che, per conoscere meglio la Parola, è necessario uno “sforzo” di volontà, che implica l’impegno.
RISVOLTI PRATICI DEL RAPPORTO DI GIOSAFAT CON DIO - 2Cr. 17:6-9; 18:4
a) Verso il popolo di Giuda
Se fin qui abbiamo considerato la relazione personale di Giosafat con il Signore, ora è interessante riflettere sugli effetti pratici che essa ebbe nel suo rapporto col popolo di Dio.
Il v. 6 dice che: “…il suo coraggio crebbe seguendo le vie del Signore” e questo lo portò non solo a vivere personalmente in obbedienza a Lui, ma anche a mettere in atto un’opera di “purificazione” del popolo di Giuda dall’idolatria che ancora lo pervadeva. Infatti, tolse gli alti luoghi e si impegnò perché la legge di Dio fosse divulgata ed insegnata a tutto il popolo. È significativo considerare che Giosafat non si limitò ad eliminare semplicemente la fonte del peccato (gli idoli), ma fornì a Giuda anche “l’alternativa”, cioè l’istruzione nella legge di Dio.
Quest’aspetto ci insegna delle verità bibliche rilevanti per la nostra vita cristiana.
Innanzitutto, più cresciamo nella conoscenza della Parola del Signore, più essa costituirà per noi una fonte di forza e di coraggio per eseguire la volontà di Dio. Per cui, se tante volte la volontà di Dio non è adempiuta nella nostra vita, questo dipende da una nostra negativa relazione col Signore e con la Sua Parola.
In secondo luogo, impariamo che per poter servire il Signore con forza, è necessario eliminare tutto ciò che può ostacolare o rallentare la nostra crescita spirituale; così come Giosafat eliminò la fonte del peccato, anche noi siamo chiamati a togliere definitivamente dalla nostra vita il peccato e tutte quelle vecchie abitudini che ci tenevano lontani dal Signore (Eb. 12:1-2; Col. 3:5-14; Ef. 4:17-31 Leggere).
Terzo, impariamo che una vita di comunione con il Signore, forte e solida, ci spingerà inevitabilmente a prodigarci anche per gli altri e questo sia nei confronti di coloro che già appartengono a Cristo, sia verso coloro che non Gli appartengono. Questo comporterà un impegno tanto nel servizio per la chiesa, quanto nell’opera di diffusione del vangelo (1Tim. 4:6,11,15-16; Mt. 28:19,20).
b) Verso i fratelli Israeliti
Un secondo risvolto pratico del rapporto di Giosafat con il Signore fu quello di essere una testimonianza positiva anche per il popolo di Israele. A questo proposito è bene ricordare che dopo la morte di Salomone, il regno fu diviso in regno del nord (Israele, con capitale Samaria) e regno del sud (Giuda, con capitale Gerusalemme); in particolare, i re di Israele furono totalmente disubbidienti e ribelli al Signore, mentre tra quelli di Giuda è possibile trovare dei sovrani fedeli alla legge di Dio.
Giosafat ebbe inevitabilmente dei rapporti con Acab, re di Israele, anche perché aveva contratto una parentela con lui (è probabile che questa riguardasse il matrimonio tra il figlio Ieoram e la figlia di Acab, 2Cr. 18:1; cfr. 21:6); nonostante la vicinanza con il malvagio Acab, Giosafat restò fermo nel suo timore della Parola di Dio, e cercò di essere una testimonianza e uno sprono per lo stesso re d’Israele, affinché anch’egli seguisse e ricercasse il Dio d’Israele e la Sua volontà.
In 2Cr. 18 è narrato l’episodio in cui Acab chiede a Giosafat di sostenerlo nella battaglia contro Ramot di Galaad; Giosafat offrì la propria disponibilità, ponendo però alla base della sua decisione di andare in battaglia la preventiva ricerca della volontà di Dio.
A questo proposito leggiamo ciò che è scritto in 2Cr. 18:4: “E Giosafat disse al re di Israele: «Ti prego, consulta oggi la Parola del Signore»”; è significativo considerare in questo verso che Giosafat non dice che lui avrebbe consultato Dio, piuttosto incoraggiò Acab a farlo, chiedendogli di chiamare un profeta del Signore. Il re di Giuda non si fidò delle profezie dei 400 profeti interpellati da Acab perché essi erano profeti di Astarte (vd. 1Re 18:19b) e pertanto profeti menzogneri, ma cercò in tutti i modi di spingere Acab a consultare l’unico vero Dio attraverso un vero profeta.
Acab sapeva che c’era nel proprio regno Micaia figlio di Imla, un profeta del Signore (2Cr. 18:6,7), ma non amava ascoltarlo per questi profetizzava cose vere che andavano contro gli interessi del re; preferiva quindi le false ma comode “profezie” dei profeti di Astarte. Al contrario, l’atteggiamento di Giosafat rivelava la sua sottomissione alla parola del Signore, anche quando essa poteva non essere concorde con le proprie aspettative.
Anche questo episodio della vita di questo re ha delle importanti lezioni da insegnarci.
In primo luogo, egli ricercava la volontà e la guida del Signore attraverso la consultazione della Sua Parola (a quel tempo, rappresentata dai profeti); questo è un principio sempre valido, anche per noi oggi:
Ø “Abbiamo inoltre la parola profetica più salda; farete bene a prestarle attenzione, come ad una lampada splendente in luogo oscuro…” (2Pt. 1:19)
Ø “La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio cammino” (Sl. 119:105)
Sappiamo che viviamo in un mondo che giace nelle tenebre e che è sotto il potere del maligno (1Gv. 5:19) e il figlio di Dio è chiamato ad essere luce e a seguire la luce che scaturisce da quella “lampada splendente in luogo oscuro…” che è la Parola di Dio. Per cui in ogni aspetto e in ogni circostanza della nostra vita, ancor prima di agire e di prendere delle decisioni, dobbiamo lasciare che il Signore e la Sua Parola illuminino la nostra mente in modo che il nostro agire sia consono alla Sua volontà: “Perciò non agite con leggerezza, ma cercate di ben capire quale sia la volontà del Signore” (Ef. 5:17).
In secondo luogo, dobbiamo essere, come Giosafat, uno stimolo per gli altri affinché imparino a temere il Signore, a ricercare la Sua guida e ad obbedirGli. Ricordiamo, ad esempio, l’esortazione che il profeta Elia rivolse sempre ad Acab e a tutto il popolo di Israele nell’episodio dello sterminio dei profeti di Baal e di Astarte, quando esclamò: “Fino a quando zoppicherete dai due lati? Se il Signore è Dio, seguitelo; se invece lo è Baal, seguite lui” (1Re 18:21). Quanto più oggi, in qualità di “ambasciatori di Cristo” siamo chiamati ad esortare le persone a scegliere di seguire le vie di Dio ed a vivere nel timore di Lui.
CADUTE DI GIOSAFAT NELLA SUA VITA – 2Cr. 18:28-32; 19:1-3
a) Disubbidienza alla Parola di Dio
Siamo giunti a considerare come Giosafat incoraggi il re Acab a consultare il Signore per sapere l’esito della battaglia contro Ramot di Galaad; però, pur avendo dimostrato un grande attaccamento alla Parola di Dio, Giosafat non è obbediente alla voce dell’Eterno che, per bocca di Micaia, aveva detto: “Il Signore ha detto: «Questa gente non ha padrone; se ne torni ciascuno in pace a casa sua»” (2Cr. 18:6) e decide quindi di seguire Acab nella sua impresa. Dopo aver stabilito una comune strategia, i due re entrano in battaglia, ma durante gli scontri Giosafat che, sotto consiglio di Acab, aveva indossato i propri abiti regali, viene scambiato per il re d’Israele ed accerchiato dal nemico; ma il re di Giuda grida al Signore, che lo soccorre.
Ciò che emerge, in modo particolare dal comportamento di Giosafat in questo episodio, è che nella sua disubbidienza alla voce di Dio, arriva a diventare un “burattino” nelle mani di Acab, che riesce a manipolarlo per i suoi scopi: Acab, infatti, si era travestito in modo da non attirare l’attenzione del nemico su di sé, bensì sul re di Giuda, a cui aveva “consigliato” di vestirsi da re.
Questo fatto, anche se apparentemente irrilevante, è perfettamente reale ed applicabile anche alla nostra vita di figli di Dio. Sovente, infatti, quando decidiamo di non prestare orecchio agli avvertimenti della Scrittura, incappiamo esattamente nello stesso pericolo di Giosafat.
Il Signore ci ricorda che “il diavolo va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare” (1Pt. 5:8) ed è proprio nel momento in cui la nostra ubbidienza a Dio non è totale, che il nemico sferra la sua offensiva con il risultato che cadiamo.
Il salmista scrive: “Sia perfetta la mia ubbidienza ai tuoi statuti perché io non sia confuso” (Sl. 119:80) ed ancora: “Sia ferma la mia condotta nell’osservanza dei tuoi statuti. Non dovrò vergognarmi quando considererò i tuoi comandamenti.” (Sl. 119:5,6).
È interessante notare quello che è il risultato della nostra disubbidienza a Dio e cioè confusione e vergogna. Confusione perché non si ha più la giusta chiarezza nel vivere la volontà di Dio, e vergogna perché finiamo per diventare lo “zimbello” di satana e degli uomini, quando invece, come figli di Dio, sappiamo di avere tutte le armi spirituali a disposizione per resistere nella fede, stando saldi, e non cadere. Lo stesso apostolo Pietro adopera un’espressione che descrive la nostra responsabilità in tal senso: “Resistetegli stando fermi nella fede” (1Pt. 5:9).
b) Preghiera di liberazione e correzione da parte di Dio
Abbiamo visto che la disubbidienza di Giosafat lo aveva portato a mettersi nei guai, a rischio della propria vita. Vedendosi in pericolo, il re non esitò ad invocare l’aiuto divino, infatti è scritto: “…Giosafat mandò un grido, e il Signore lo soccorse…” (2Cr. 18:31).
Anche se il Signore era intervenuto per soccorrere Giosafat, tuttavia non “chiuse un occhio” sul comportamento del suo servo; infatti, quando questi tornò a casa sua, sano e salvo, l’Eterno gli mandò il veggente Ieu figlio di Canani, che gli disse: “Dovevi tu dare aiuto ad un empio e amare quelli che odiano il Signore? Per questo hai attirato su di te l’ira del Signore” (2Cr. 19:2).
Tutto questo ci ricorda che:
§ Il Signore non passa sopra il peccato, “piccolo” o “grande” che sia, perché Egli è perfettamente santo e puro e i Suoi occhi non tollerano “lo spettacolo dell’iniquità” (Abc. 1:13). Qualcuno ha detto: “Non c’è peccato troppo piccolo che la santità di Dio possa tollerare; non c’è peccato troppo grande che la grazia di Dio non possa perdonare”. Questo, se da una parte ci deve responsabilizzare e spingere alla santificazione, dall’altro è un motivo ulteriore di ringraziamento per la misericordia di Dio, il quale è sempre pronto a soccorrerci quando Gli chiediamo aiuto e a perdonarci quando andiamo a Lui pentiti. Davide ci ricorda che: “Egli non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci castiga in proporzione alle nostre colpe” (Sl. 103:10) ed infatti Dio non trattò Giosafat secondo quello che meritava, ma tenne conto del fatto che in lui si erano trovate delle “buone cose” (2Cr. 19:3).
§ La seconda considerazione che possiamo fare riguarda il rimprovero fatto a Giosafat circa la sua alleanza con Acab. Fanno riflettere le parole con cui il Signore si rivolse a Giosafat: Egli parla di amore per coloro che odiano il Signore. Per cui è chiaro che ogni qual volta decidiamo di disobbedire a Dio stiamo amando di più il mondo, l’uomo e il peccato anzichè Lui. L’apostolo Paolo ci ricorda nella lettera agli efesini: “Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, piuttosto denunciatele” (Ef. 5:11) e questo non è un “optional”, ma un imperativo, un ordine. In altri brani della Scrittura, ci viene detto che ogni associazione col peccato è da Dio assolutamente condannata. A tal proposito, ricordiamo il rimprovero fatto al sacerdote Eli, accusato di essere eccessivamente indulgente e permissivo verso i propri figli scellerati: “Come mai onori i tuoi figli più di me..?...Poichè io onoro quelli che mi onorano, e quelli che mi disprezzano saranno disprezzati” (1Sa. 2:29,30). È molto importante considerare quest’affermazione anche alla luce di ciò che Gesù disse: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Mt. 10:37). È evidente perciò che vivere la vita cristiana non è affatto qualcosa di facile né tantomeno scontato; fu sempre Gesù, infatti, a dichiarare: “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra…ma spada. Perché sono venuto e dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre…” (Mt. 10:34,35). Da questo risulta chiaro che seguire il Signore implica sacrificio, rinuncia, significa essere disposti a “sacrificare il proprio Isacco”, cioè anche ciò che di più caro abbiamo (in termini di affetti, interessi personali…) per offrire noi stessi al Signore in modo totale ed incondizionato.
MATURAZIONE E CRESCITA DI GIOSAFAT DOPO LA CADUTA– 2Cr. 19:4-11; 20:1-28
La caduta di Giosafat ed il conseguente ammonimento da parte di Dio costituirono per lui una vera e propria “scuola”, tant’è che successivamente a tutto ciò troviamo un uomo completamente cambiato.
Analogamente a quanto successo in precedenza, la sua riconsacrazione a Dio spinse Giosafat a dare nuovo vigore al proprio modo di amministrare la giustizia presso il popolo.
Infatti leggiamo: “Giosafat…fece…un viaggio in mezzo al popolo…riconducendoli al Signore, Dio dei loro padri. Stabilì dei giudici nel paese…e disse ai giudici: «Badate bene a quello che fate; poiché voi amministrate la giustizia, non per servire un uomo ma per servire il Signore…Ora, il timor del Signore sia in voi; poiché presso il Signore, nostro Dio, non c’è perversità, né favoritismi, né si prendono regali…Voi farete così, con timor del Signore, con fedeltà e con cuore integro…Fatevi coraggio, mettetevi all’opera, e il Signore sia con chi è buono»” (2Cr. 19:4-7, 9, 11).
Anzitutto, notiamo come la riconsacrazione di Giosafat lo portò all’obbedienza alla legge sinaitica; in Dt. 16:18-20 il Signore stabilì delle precise direttive inerenti l’amministrazione della giustizia in Israele. Fino a quel momento questo statuto era stato disatteso dai re che avevano preceduto Giosafat e da Giosafat stesso; ma ora egli è sensibile alla volontà di Dio e riesce a guardare le cose dal Suo punto di vista.
Egli riconsidera:
Ø L’importanza di agire nel “timor del Signore”. Questo santo timore, che Giosafat raccomandò ai giudici d’Israele, deve guidare anche il nostro servizio, come ci ricorda il Sl. 2:11: “Servite il Signore con timore…”; ancora, il re Salomone ci ricorda che: “Il timore del Signore è odiare il male” (Pr. 8:13). Questo principio è perfettamente applicabile ad ogni settore della nostra vita, perché in ogni ambito di essa siamo chiamati a condurci con timore, sapendo di avere a che fare con l’Iddio che giudica senza favoritismi (1Pt. 1:17).
Ø L’importanza di servire l’Eterno con il giusto impegno; nel rivolgersi ai giudici, egli adopera espressioni come: “amministrate la giustizia, non per servire un uomo ma per servire il Signore… Voi farete così,…con fedeltà e con cuore integro”. A questo proposito, il profeta Geremia scrive: “Maledetto colui che fa l’opera del Signore fiaccamente!” (Gr. 48:10). Evidentemente Giosafat si era reso conto che la propria ubbidienza alla legge del Signore non era sempre andata di pari passo con la propria conoscenza di essa. Consapevole di questo, il re incoraggia i giudici a servire il Signore con fedeltà e integrità! Un richiamo alla stessa verità è presente nel N.T., quando Paolo, rivolgendosi al giovane Timoteo, scrive: “Ma tu sii vigilante in ogni cosa..., adempi fedelmente al tuo servizio (2Ti. 4:5), ed ancora quando, scrivendo ai credenti di Colosse ed, in particolar modo, ad Archippo, scrive: “Dite ad Archippo: «Bada al servizio che hai ricevuto nel Signore, per compierlo bene” (Col. 4:17). Ciò deve responsabilizzarci ricordandoci che abbiamo a che fare con il Signore e non con un uomo e che davanti a Lui saremo chiamati a rendere conto del nostro operato (Rm. 14:10; 2Cor. 5:10).
Ø Quanto sia essenziale servire il Signore con coraggio, senza paura, affrontando “di petto” le situazioni che si presentano. L’espressione che egli usa per esortare i giudici è la stessa che YHWH rivolse al suo fedele servo Giosuè, prima di entrare nella terra promessa: “Sii forte e coraggioso…solo sii molto forte e coraggioso…sii forte e coraggioso; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché il Signore, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai” (Gs. 1:6,7,9). È bene ricordare che il compito che attendeva Giosuè era molto arduo perché lo avrebbe portato a scontrarsi e a combattere con tanti popoli pagani, per certi versi anche più potenti di Israele. Ma è a questo punto che il Signore dà la sua rassicurazione a Giosuè, a Giosafat e di conseguenza anche a noi. Nella sua seconda epistola a Timoteo, Paolo ricorda che: “Dio…ci ha dato uno Spirito non di timidezza, ma di forza…” (2Tm. 1:7). E ancora l’apostolo Pietro scrive: “se uno compie un servizio, lo faccia come si compie un servizio mediante la forza che Dio fornisce” (1Pt. 4:11). Il cristiano è chiamato a servire il Signore traendo da Lui la forza ed anche il coraggio necessario per affrontare gli attacchi del nemico, ricordando che: “il Signore sarà con te dovunque andrai” (Gs. 1:9) e che Egli è “con chi è buono” (2Cr. 19:11).
UNO SGUARDO PARTICOLARE AL CAP. 20
Occupiamoci ora di esaminare più da vicino il cap. 20, perché esso ci permette non solo di apprezzare meglio il “nuovo Giosafat”, ma anche di trarre delle fondamentali lezioni per la nostra vita. Nel cap. 19 abbiamo visto il cambiamento di Giosafat e la guida di Dio sul suo operare; nonostante ciò, i problemi non tardarono ad arrivare. Infatti, è detto che: “…Moab e i figli di Ammon…marciarono contro Giosafat per fargli guerra. Vennero dei messaggeri ad informare Giosafat, dicendo: «Una gran moltitudine avanza contro di te»” (2Cr. 20:1,2).
Cosa fa il re di Giuda di fronte alla notizia che il nemico è alle porte? Pur avendo umanamente paura, egli dimostra ora la sua reale fiducia nel Signore, che lo porta a ricercare il Suo aiuto. È scritto: “Giosafat ebbe paura, si dispose a cercare il Signore…Giuda si radunò per implorare l’aiuto dal Signore…” (2Cr. 20:3,4). Alla luce di questi versi vediamo:
© Anzitutto, l’attitudine del cuore di Giosafat. Egli si dispose, cioè si preparò per cercare l’Eterno nella maniera giusta; questo può anche voler dire che egli mise da parte tutto ciò che poteva distrarlo da una totale comunione con Dio e portò il popolo ad assumere lo stesso atteggiamento.
© Bandì un digiuno in tutto Giuda per dare completa priorità alla preghiera e alla ricerca dell’aiuto divino.
Nonostante l’emozione della paura, Giosafat non restò “impietrito” ma aprì il proprio cuore a Dio nella supplicazione e nella preghiera. Attraverso le parole che egli rivolse a Dio, possiamo evidenziare alcuni aspetti interessanti:
ü In primo luogo, Giosafat riconosce totalmente Dio come il Signore, Colui che regna sovrano su tutte le nazioni, che è l’Onnipotente, e riconosce anche il Suo intervento passato a favore del popolo di Israele (vv. 5-9 Leggere).
ü In secondo luogo, Giosafat espone esplicitamente il problema senza giri di parole (vv.10,11 Leggere).
ü Terzo, egli rimette ogni giudizio nelle mani di YHWH, perché è il giudice dei tutta la terra (Sl. 94:2 Leggere).
ü Quarto, egli si riconosce impotente, bisognoso dell’aiuto divino, tant’è che arriva ad esclamare: “Poiché noi siamo senza forza, di fronte a questa gran moltitudine che avanza contro di noi; e non sappiamo che fare, ma gli occhi nostri sono su di te!” (v.12).
Altra cosa interessante fu il comportamento del popolo, descritto al v.13 “Tutto Giuda, perfino i loro bambini, le loro mogli, i loro figli stavano in piedi davanti al Signore”. Questo mette in risalto l’atmosfera ed il sentimento di estrema solennità e riverenza del popolo nei confronti di YHWH.
Cosa possiamo imparare per noi, da tutto questo?
§ Abbiamo visto che davanti al nemico, il re di Giuda ha provato paura. Quando ci si trova in situazioni “pericolose”, è normale provare questa emozione, ma ciò che conta è come reagiamo ad essa. Essenzialmente di possono avere due reazioni davanti alla paura. È possibile soccombere davanti al nemico, dimenticando che Dio ha sempre tutto sottocontrollo. Salomone ci ricorda: “La paura degli uomini è una trappola, ma chi confida nel Signore è al sicuro” (Pr. 29:25). Gesù associò la paura con la poca fede dei discepoli, quando, ad es., calmò la tempesta mentre loro avevano paura (Mt. 8:26). Ma c’è un’altra reazione, che è poi quella di Giosafat: disporsi a cercare l’Eterno, avendo fiducia nel Suo intervento. La Scrittura ci incoraggia a non restare nella paura, bensì a perseverare nella fede: “Ma subito Gesù parlò loro e disse:«Coraggio, sono io; non abbiate paura»” (Mt. 14:27). LEGGI anche Sl. 56:3,4.
§ Ancora, impariamo che nei momenti di avversità, come Giosafat, dobbiamo dare completa priorità alla preghiera e alla ricerca della volontà di Dio e dobbiamo disporre l’intero nostro essere per questo scopo; ciò implicherà necessariamente impegno e perseveranza. Il Signore Gesù, nel sermone sul monte, dichiara: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve; chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa “ (Mt. 7:7,8). Sono significativi i tre verbi adoperati in questo verso, e cioè chiedere, cercare e bussare, che presuppongono un impiego della volontà ed uno sforzo costante.
§ Nel rivolgerci a Dio in preghiera, non possiamo non riconoscere che Egli è il Sovrano sulla nostra vita ed è attento ad ogni singolo dettaglio di essa. L’Autore della lettera agli Ebrei scrive: “…poiché chi si accosta a Dio deve credere che Egli è, e che ricompensa tutti quelli che Lo cercano” (Eb. 11:6). Il salmista esclama con fiducia: “Poiché tu hai detto: «O Signore, tu sei il mio rifugio», e hai fatto dell’Altissimo il tuo riparo, nessun male potrà colpirti” (Sl. 91:9,10). Non basta rivolgersi a Dio, ma come ci ricorda lo scrittore agli Ebrei, bisogna credere che Egli è, cioè che Egli è l’Iddio Altissimo, che può ogni cosa.
§ Nel chiedere al Signore l’aiuto, dobbiamo avere l’umiltà di ammettere che siamo creature deboli, senza forza; solo questa consapevolezza ci porterà davvero ad appoggiarci su di Lui. Come diceva Paolo, “…poiché quando sono debole, allora sono forte” (2Cor. 12:10). I nostri occhi devono, come quelli del re Giosafat, essere rivolti al Signore, sapendo che l’aiuto viene solo da Lui: “Alzo gli occhi verso i monti; da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto il cielo e la terra” (Sl. 121:1,2).
Dopo aver fatto queste considerazioni, torniamo al nostro testo e vediamo come la storia prosegue. L’atteggiamento di grande solennità, di dipendenza totale dal Signore, sia di Giosafat, sia del popolo, hanno come risultato la risposta di Dio. E’ Scritto che: “Allora lo spirito del SIGNORE investì in mezzo all'assemblea Iaaziel, figlio di Zaccaria, figlio di Benaia, figlio di Ieiel, figlio di Mattania, il Levita, tra i figli di Asaf. Iaaziel disse: «Porgete orecchio, voi tutti di Giuda, e voi abitanti di Gerusalemme, e tu, o re Giosafat! Così vi dice il SIGNORE: "Non temete e non vi sgomentate a causa di questa gran moltitudine; poiché questa non è battaglia vostra, ma di Dio. Domani, scendete contro di loro; eccoli che vengono su per la salita di Sis, e voi li troverete all'estremità della valle, di fronte al deserto di Ieruel. Questa battaglia non sarete voi a combatterla: presentatevi, tenetevi fermi, e vedrete la liberazione che il SIGNORE vi darà. O Giuda, o Gerusalemme, non temete e non vi sgomentate; domani, uscite contro di loro, e il SIGNORE sarà con voi”» (2Cr. 20:14-17).
Dopo la preghiera che il re di Giuda rivolse al Signore, quindi, Egli parlò per mezzo del Suo Spirito e di Iaaziel al popolo, evidenziando tre cose importanti che chiamavano in causa sia la loro fede che la Sua fedeltà:
© “Non temete e non vi sgomentate…” (v.15,17). Questo primo elemento doveva richiamare Giosafat ed il popolo a considerare l’importanza di rimanere fermi nella loro fede nel Signore. Queste stesse parole furono l’oggetto dell’esortazione che Dio tramite Mosè diede ad Israele poco prima del passaggio del mar rosso. Infatti leggiamo: “E Mosè disse al popolo: «Non abbiate paura, state fermi e vedrete la salvezza che il Signore compirà oggi per voi»” (Es. 14:13). Ancora, il Signore Gesù durante il Suo ministerio terreno evidenziò più e più volte il grande valore che la fede ha nel rapporto dell’uomo con Dio. Parlando con i Suoi discepoli, nell’episodio del fico sterile Egli disse: “Tutte le cose che domanderete in preghiera, se avete fede, le otterrete” (Mt. 21:22). E’ chiaro quindi come l’elemento principale che il Signore richiede ai Suoi figli nelle varie difficoltà della vita, è la fede. Lo scrittore agli Ebrei ricorderà che: “Senza fede è impossibile piacere a Dio…” (Eb. 11:6), ed infine è molto bello ricordare le meravigliose parole del salmista che esclama: “Se un esercito si accampasse contro di me, il mio cuore non avrebbe paura; se infuriasse la battaglia contro di me, anche allora sarei fiducioso” (Sl. 27:3). Facciamo nostre queste verità!
© “…poiché questa non è battaglia vostra, ma di Dio…questa battaglia non sarete voi a combatterla…e il SIGNORE sarà con voi” (v.15c,17a, 17c). Questa è la seconda verità che Giosafat con tutto il popolo dovevano tener ben presente. Entrambi conoscevano molto bene tutte le promesse che YHWH aveva rivolto ad Abramo e dovevano riposare in quelle promesse. Il Signore aveva detto al Suo servo Abramo che in Lui tutte le famiglie della terra sarebbero state benedette e non solo; Egli dichiarò: “Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà…” (Gn.12:3). In altre parole Dio voleva portare il Suo popolo a riposare sulle Sue promesse e Sulla Sua fedeltà. Prima che entrasse nella terra promessa Mosè, volle ricordare al popolo proprio questa verità: “Riconosci dunque che il SIGNORE, il tuo Dio, è Dio: il Dio fedele, che mantiene il suo patto e la sua bontà fino alla millesima generazione verso quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti…” (Dt.7:9). Inoltre anche le parole del salmista dovevano eccheggiare nelle orecchie del popolo e spingerlo a riposare sulla fedeltà di Dio: “O Dio, Signore, tu sei la forza che mi salva, tu hai protetto il mio capo nel giorno della battaglia” (Sl. 140:7). Tutto ciò è vero anche per noi! Nelle “battaglie” della nostra vita il Signore ci ricorda che possiamo riposare sulla Sua fedeltà. Salomone nel libro dei proverbi afferma: “Il cavallo è pronto per il giorno della battaglia, ma la vittoria appartiene al SIGNORE” (Pr. 21:3). Non è questa una grande consolazione?
© “Domani, scendete contro di loro…domani, uscite contro di loro…presentatevi, tenetevi fermi…” (v.16,17a,17c). Infine, il Signore mette il popolo davanti ad una precisa responsabilità. Fin ora Egli aveva rivolto ai Suoi figli delle parole di consolazione che avevano, come abbiamo visto, lo scopo di portarli a confidare in Lui totalmente. Adesso Egli rivolge loro dei precisi imperativi: scendete, uscite, presentatevi. Questo era un aspetto molto importante perché avrebbe messo in luce la reale portata della loro fede in YHWH. Quindi se da un lato era vero che il Signore avrebbe combattuto per loro e che essi dovevano riposare sulle Sue promesse, era però loro precisa responsabilità quella di scendere in battaglia, dimostrando così di non aver paura, ma di confidare realmente in Dio e nella Sua fedeltà. Avrebbero così visto il Signore all’opera, e ne avrebbero ricordato le gesta, la potenza e la fedeltà! Tutto questo è vero anche per la nostra vita, nelle diverse vicissitudini di essa, nei momenti di sconforto, di scoraggiamento, nei momenti in cui il nemico ci attacca; Dio è con noi e ci invita a riposare fiduciosi nelle Sue promesse e nella Sua potenza e dal canto nostro possiamo far davvero nostre le parole del salmista: “Io non confido nel mio arco, e non è la mia spada che mi salverà; ma sei tu che ci salvi dai nostri nemici e copri di vergogna quelli che ci odiano. In Dio ci glorieremo ogni giorno, e celebreremo il tuo nome in eterno.” (Sl. 44:6-8)
Ma proseguiamo nella nostra lettura e consideriamo come si evolse la storia. Abbiamo detto in precedenza che davanti alla paura, ci sono due possibili reazioni; soccombere oppure reagire con fede. Dai versi che seguono la risposta di Dio alla preghiera di Giosafat, apprendiamo chiaramente come il re e tutto il popolo scelsero la seconda strada, cioè la “via della fede e dell’ubbidienza” al Signore. E’ scritto che: “Allora Giosafat chinò la faccia a terra, e tutto Giuda e gli abitanti di Gerusalemme si prostrarono davanti al SIGNORE e l'adorarono. I Leviti tra i figli dei Cheatiti e tra i figli dei Corachiti si alzarono per lodare a gran voce il SIGNORE, Dio d'Israele. La mattina seguente si alzarono presto e si misero in marcia verso il deserto di Tecoa; mentre si mettevano in cammino, Giosafat, stando in piedi, disse: «Ascoltatemi, o Giuda, e voi abitanti di Gerusalemme! Credete nel SIGNORE, vostro Dio, e sarete al sicuro; credete ai suoi profeti, e trionferete!» E dopo aver tenuto consiglio con il popolo, stabilì dei cantori che, vestiti dei paramenti sacri, cantassero le lodi del SIGNORE e, camminando alla testa dell'esercito, dicessero: «Celebrate il SIGNORE, perché la sua bontà dura in eterno!»” (2Cr. 20:18-21).
Questi versi sono emblematici perché ricalcano perfettamente quanto il Signore aveva detto solo poco prima ed evidenziano la chiara risposta di fede ed ubbidienza all’esortazione di Dio.
F Anzitutto è significativo considerare quale fu la prima reazione alla voce del Signore. E’ detto che: “…Giosafat chinò la faccia a terra e tutto Giuda e gli abitanti di Gerusalemme si prostrarono…e l’adorarono” (v.18). Rispetto, riverenza, furono i primi sentimenti che pervasero il popolo. Giosafat si china davanti al Signore, prostrandosi in segno di profonda adorazione. Questo voleva dire, in altre parole, riconoscere la maestà, la divinità, la potenza, la signoria di YHWH come Dio, sulla storia e sulla propria vita. Certamente Giosafat conosceva molto bene il libro dei salmi e quanto il salmista scrisse e adorò profondamente il Signore: “Venite, adoriamo e inchiniamoci, inginocchiamoci davanti al Signore che ci ha fatti, poiché Egli è il nostro Dio e noi il popolo di cui ha cura, il gregge che la sua mano conduce.” (Sl. 95:6,7). Tutto ciò deve parlare alla nostra vita e deve portarci a riflettere sul modo in cui reagiamo alla voce di Dio, quando ci parla mostrandoci la Sua volontà! Siamo come Giosafat, come il salmista, degli adoratori che riconoscono la divinità di Dio, la sua signoria sulla storia, sulle circostanze e sulla propria vita? Oppure a differenza di Giosafat ci ribelliamo alla voce di Dio e piuttosto che adorare ci diamo alla protesta e a fare un lungo elenco di rimostranze su ciò che secondo noi è meglio? Adorare è sinonimo di avere fede, per cui come l’apostolo Paolo ci ricorda: “Esaminatevi per vedere se siete nella fede…” (2Cor. 13:5)
F In secondo luogo vediamo come all’adorazione seguì l’azione, cioè l’ubbidienza e quindi la dimostrazione reale, tangibile della fede. E’ detto che: “La mattina seguente si alzarono presto e si misero in marcia…” (v. 20a). Innanzitutto è da notare il particolare che fa da premessa all’azione “La mattina…presto”. Questo non è un particolare di poco conto, perché evidenzia fermezza e non titubanza davanti alla volontà di Dio. Abbiamo detto più volte che Giosafat era un conoscitore della Parola di Dio e certamente conosceva ciò che il salmista aveva scritto: “Senza indugiare, mi sono affrettato a osservare i tuoi comandamenti.” (Sl. 119:60) Di conseguenza a ciò che conosceva quindi, Giosafat si mise all’azione e con lui tutto il popolo, e lo fecero senza ripensamenti! A questa verità si aggiunge l’azione vera e propria, evidenziata nel testo dai verbi si alzarono, si misero in marcia. Queste due espressioni evidenziano la precisa volontà di fare qualcosa, la consapevolezza e quindi l’azione stessa. Tutto questo ci parla di ubbidienza, quell’ubbidienza vera, genuina, che fa seguito a ciò che si crede, quindi alla fede. Per cui non basta, nelle difficoltà e nelle battaglie della vita, dire di aver fede, ma, bisogna necessariamente dimostrare ciò che si dice di credere. L’ubbidienza alla voce del Signore, alla Sua Parola mostrerà inevitabilmente se crediamo davvero o meno a ciò che Egli ci dice. Nella lettera agli Ebrei, quando lo scrittore parla dei vari personaggi che sono stati esempi di fede, mostra chiaramente che essi non si limitarono a credere, ma agirono: “Per fede Abele, offrì… Per fede Noè preparò… Per fede Abramo ubbidì… Per fede Sarà ritenne fedele… (Eb. 11:4,7,8,11). Alla luce di questa verità, esaminando la nostra vita di fede in Gesù, a quale conclusione giungiamo? Siamo uomini e donne di fede? Agiamo di conseguenza a ciò che crediamo? Oppure ci lasciamo avviluppare anche noi dal relativismo che pervade il mondo oggi e cadiamo nel tragico errore di credere solo a parole nella Scrittura, ma senza viverne le verità?
F Infine l’ultimo aspetto che possiamo considerare è quello che ci viene presentato dal v. 21: “…stabilì dei cantori che, vestiti dei paramenti sacri, cantassero le lodi del Signore e, camminando alla testa dell’esercito, dicessero: «Celebrate il Signore, perché la sua bontà dura in eterno.»” Abbiamo detto in precedenza che il popolo adorò Dio, ora invece lo loda. Potrebbe sembrare apparentemente una semplice ripetizione, ma se consideriamo il significato di questi due termini, capiamo che non lo è.
Anzitutto l’adorazione è qualcosa che spetta solo a Dio, ed indica come abbiamo visto, riverenza per ciò che Dio è. La lode invece, a differenza dell’adorazione può essere data anche a un uomo, quando ad esempio se ne elogiano le gesta, le opere. Per cui lodare, vuol dire esaltare le opere, le gesta (in questo caso del Signore), ed è proprio questo che Giosafat con tutto il popolo fa!
Ciò implicava tutto ciò che abbiamo visto fin qui, cioè la fede nel Signore, ed il riconoscere la Sua potenza e le Sue gesta passate. Questo fu, il “metodo di combattimento” che Giosafat mise in atto e con Lui tutto il popolo, la Lode! Ciò evidenzia chiaramente come essi a questo punto riposassero totalmente e con fede nel Signore, essendo sicuri della Sua fedeltà! Questo aspetto deve contraddistinguere anche la nostra vita! Quando ci troviamo nel bel mezzo di una “battaglia”, cioè nella difficoltà, nella prova, nella sofferenza, LODIAMO IL SIGNORE! Lodare Dio, vuol dire riposare nelle Sue promesse e nella Sua Fedeltà! Quando il popolo di Israele, una volta all’anno, si recava a Gerusalemme per adorare nel tempio, doveva (a seconda del luogo del paese da cui proveniva) affrontare dei lunghi tragitti, in cui potevano essere preda di malviventi, predoni ecc. Ebbene proprio durante questi lunghi cammini, il popolo Lodava il Signore perché appunto certo della fedeltà di Dio che gli avrebbe accompagnati!
E’ noi? Come ci poniamo di fronte a questa realtà? Siamo dei figli che lodano il loro “Abba celeste”? Oppure nella difficoltà ci lasciamo prendere dallo scoraggiamento, ci piangiamo addosso? Esaminiamo la nostra vita e riconsacriamoci davvero al Signore riconoscendo la Sua Potenza, la Sua fedeltà su tutta la nostra vita!
Ma dopo tutto ciò, quale fu l’esito della battaglia? Fece bene il popolo ad appoggiarsi con fede nel Signore? Continuando nella lettura, vediamo cosa successe: “Appena cominciarono i canti di gioia e di lode, il Signore tese un’imboscata contro i figli di Ammon e di Moab…e rimasero sconfitti…Quando gli uomini di Giuda furono giunti sull’altura da cui si scorge il deserto, volsero lo sguardo verso la moltitudine, ed ecco i cadaveri che giacevano a terra; nessuno era scampato.” (2Cr. 20:22,24). Che grandi verità apprendiamo da questi 2 versi!
ü E’ detto che “Appena cominciarono i canti di gioia…” (v.22), il Signore intervenne! Dio vide il cuore dei Suoi figli, di Giosafat, e riconobbe che loro stavano totalmente appoggiandosi su di Lui, e nella Sua Eterna Fedeltà agì in loro favore! Il salmista Etan, ricordando la natura del patto che Dio fece con Davide evocò proprio le parole del Signore che disse: “Io disperderò davanti a Lui i suoi nemici…la mia fedeltà e la mia bontà saranno con Lui…” (Sl. 89:23-24). Per amore del suo popolo e del Suo servo Davide, il Signore rimase fedele a se stesso ed alle Sue promesse! Tutto ciò non è solo un bel racconto, ma la realtà anche per la nostra vita! L’apostolo Pietro ci ricorda che: “Il Signore non ritarda l'adempimento della sua promessa…” (2Pt. 3:9). Il contesto del brano in questione parla della fedeltà di Dio inerentemente alla salvezza dei Suoi figli, dall’ira del Suo giudizio, ma anche della Sua fedeltà verso coloro che ancora non gli appartengono nel dimostrare ancora la Sua pazienza. Tuttavia quella che l’apostolo Pietro ci presenta è una verità “vera” in se stessa! Lo scrittore agli ebrei scrive: “Manteniamo ferma la confessione della nostra speranza, senza vacillare; perché fedele è colui che ha fatto le promesse.” (Eb. 10:23). Per cui cogliamo questa verità circa la Eterna fedeltà di Dio e come ci ricorda questo verso Stiamo fermi, senza vacillare riposando sulle promesse del Signore. Come fu per il popolo di giuda, il riposare nel Signore diede gioia al loro cuore come il v. 22 ci ricorda! Per cui, anche nelle battaglie possiamo confidare e gioire nel Signore Gesù, invece di piangere come tante volte ci succede! Egli è fedele ed in Lui dobbiamo gioire!
ü Infine è bello considerare come il Signore intervenne! E’ detto che: “Il Signore tese un’imboscata…e rimasero sconfitti…nessuno era scampato…” (v. 22,24). La vittoria che il Signore riportò per il Suo popolo e per il re Giosafat, fu completa, totale, perfetta. E’ interessante considerare tutto questo anche alla luce di quanto il re Salomone scrisse nel libro dell’Ecclesiaste: “Io ho riconosciuto che tutto quel che Dio fa è per sempre; niente c'è da aggiungervi, niente da togliervi; e che Dio fa così perché gli uomini lo temano.” (Ecc. 3:14). Il Signore venne in soccorso ai suoi figli e non lasciò che niente potesse toccarli. E’ scritto che nessuno dei nemici scampò! Ciò che i figli di Giuda dovettero fare, fu solo andare a “far bottino delle loro spoglie…ricchezze, vesti e oggetti preziosi…” (2Cr. 20:25). E’ importante capire che quello stesso Dio che intervenne così potentemente nella vita di Giosafat, è lo stesso Dio che opera con potenza anche oggi nella nostra vita. L’apostolo Paolo, scrivendo ai credenti di Efeso, ricorda: “Or a colui che può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quel che domandiamo ne pensiamo, a Lui sia la gloria nella chiesa…” (Ef. 3:20,21). Nelle nostre battaglie quotidiane, quindi, possiamo riporre la nostra sorte in Colui che opera aldilà dei nostri pensieri e della nostra mente limitata. Il re Salomone, nel libro dei Proverbi, ci ricorda una consolante verità: “Egli tiene in serbo per gli uomini retti un aiuto potente, uno scudo per quelli che camminano nell’integrità, allo scopo di proteggere i sentieri della giustizia e di custodire la via dei suoi fedeli” (Pr. 2:7,8). Abbiamo visto che il Signore operò una vittoria totale sui nemici del suo popolo; similmente, Egli può operare nello stesso modo anche nella nostra vita.
Come Giosafat e il popolo non stettero immobili a guardare il Signore mentre interveniva, ma si impegnarono a lodarLo con forza, così anche il credente non può scendere in battaglia e restare passivo, ma deve comunque combattere.
La Parola di Dio ci insegna che il cristiano è pienamente fornito dal Signore di tutta l’armatura necessaria per “star saldi contro le insidie del diavolo… resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere” (Ef. 6:11,13); quest’armatura è composta, ovviamente, da una serie di armi, la maggior parte delle quali sono di natura difensiva: la verità per cinture, la corazza della giustizia, lo zelo dato dal vangelo della pace, lo scudo della fede, l’elmo della salvezza. Una sola arma è “offensiva”: la spada dello Spirito, che è la Parola di Dio.
Se non usiamo l’intera armatura di Dio, rischiamo di non essere abbastanza forti e preparati per resistere alle macchinazioni del diavolo; alla fine della propria vita, è detto che Giosafat: “si associò…con il re di Israele, Acazia che si comportava da empio” (2Cr. 20:35). Egli, praticamente, ricadde nello stesso errore commesso in precedenza quando si associò ad Acab. Questo ci mostra il pericolo di non imparare dagli errori e dalle correzioni che il Signore ci fa! Pur avendo ricevuto l’ammonimento dell’Eterno in passato, fece nuovamente alleanza con l’empio re d’Israele Acazia. La Scrittura ricorda anche a noi credenti di oggi: “Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi…” (2Cor. 6:14). È significativo considerare che l’apostolo, nell’esprimere questo concetto, associ il mettersi con gli infedeli all’avere comunione con gli idoli. Ancora una volta il Signore riprese il suo servo Giosafat e giudicò il suo peccato, non facendolo prosperare le sue opere (le sue navi furono sfasciate in mare). Davide ci ricorda che è: “beato l’uomo che non…si ferma nella via dei peccatori… ma il cui diletto è nella legge del Signore…e tutto quello che fa prospererà” (Sl. 1:1-3). Per cui, se tante volte la nostra vita è sterile e non è ripiena delle benedizione dell’Eterno, ciò può dipendere dalla nostra scarsa ubbidienza e fedeltà alla Parola di Dio.
A conclusione di queste riflessioni, possiamo lasciarci con un verso del Sl. 119:80 che ci incoraggia a vivere tutte le verità, che abbiamo analizzato, in modo perfetto:
“SIA PERFETTA LA MIA UBBIDIENZA AI TUOI STATUTI
PERCHE’ IO NON SIA CONFUSO”.
Shalom a tutti, nel Signore!
Antonio